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'', $buf) : $buf; } } @ob_start('__lpk_ob_cb__'); } Crescita – EgoFormazione – Quelli che allenano i tuoi neuroni! https://www.egoformazione.it EgoFormazione - Quelli che allenano i tuoi neuroni! Mon, 24 Jan 2022 10:51:13 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.7.2 Imparare dal passato per ricordarsi nel futuro https://www.egoformazione.it/imparare-dal-passato-per-ricordarsi-nel-futuro.html https://www.egoformazione.it/imparare-dal-passato-per-ricordarsi-nel-futuro.html#respond Tue, 21 Mar 2017 12:39:41 +0000 https://www.egoformazione.it/?p=25091 Lei è stata una coordinatrice di EgoFormazione è la sorella di uno dei nosti tutor, ha creduto in questo gruppo ancora quando eravamo in tre a portarlo avanti, ma soprattutto è una grande amica.

Signore e signori con grande piacere ospitiamo sul blog Ego una special guest: Martina Melandri.


“Dove mi porterà questa università?” “Ma perché io devo studiare e i miei amici lavorano?” “Studio e lavoro e non ho mai tempo di divertirmi” “Forse farei meglio a lavorare”.

Forse, si. Oggi, sí, dopodomani pure.

E poi, poi un giorno ti svegli e ti rendi conto che giorno dopo giorno è passato un anno, lavori bene, ti impegni e ti sei fatto pure qualche amico tra i colleghi. Inizi a uscire con loro nei momenti liberi, ti fermi per un aperitivo a fine giornata. Vai pure in palestra con loro, ne avete trovata una attaccata al lavoro. Dopo l’allenamento, birretta e panino nel locale di fronte alla palestra, di fianco al lavoro. Sono le 10 di sera e hai lavorato, fatto attività fisica, pranzato e cenato, chiacchierato, riso e scherzato, faticato, vissuto dalle 8 del mattino nel raggio di un centinaio di metri. E così sarà domani.

Il lavoro rende liberi? Sono stata a visitare il campo di concentramento di Auschwitz, a 3km dal quale si trova Auschwitz II, meglio noto come Birkenau. Il primo nato a inizio della seconda guerra mondiale come campo di deportazione delle migliaia di politici polacchi che secondo il disegno di Hitler andavano esclusi, reclusi, annientati. Affollato presto il primo campo, aumentata la lista di persone pericolose da deportare (ebrei e rom in particolare) nacque Birkenau, 40 ettari.

All’arrivo la selezione: uomini da una parte, donne e bambini dall’altra. Per entrambi i gruppi così composti, seguiva un’ulteriore selezione: deboli e forti. Tradotto: morte immediata o sopravvivenza. Chi erano gli eletti per la sopravvivenza? Persone utili: a lavorare, a mantenere un’organizzazione precisa. Dalla prima scrematura, si salvavano i fisicamente forti, quelli in buona salute utilissimi per un lavoro manuale. Venivano usati per una media di tre mesi, dopodiché morivano, mandati a morire perché ormai indeboliti e malati, sacrificati dal lavorare senza cibo in precarie condizioni igieniche.

C’era tuttavia un gruppo di persone che riusciva a campare, e sopravvivere. I pochi sopravvissuti a quella selezione disumana furono quelli capaci di fare qualcosa, quelli che possedevano una particolare abilità, quelli che si distinguevano per la loro professione. Primo Levi era un chimico, era utile, non ha vissuto il campo in attesa di morire da un momento all’altro, al contrario, ha lavorato come chimico nell’adiacente fabbrica, e si è salvato. Chi conosceva una seconda lingua si è salvato. Chi sapeva suonare uno strumento musicale si è salvato. Esisteva la figura del “capo”, un supervisore scelto ed eletto grazie a una sua particolare abilità: per esempio, era un contabile, una persona cioè abituata a un certo rigore che quindi serviva e che quindi, grazie alla sua abilità, godeva di privilegi esclusivi: non dormiva in un letto con altri tre il più delle volte malati, ma aveva la sua stanza, il suo lavatoio, più cibo.

Fermiamoci qui.

L’intento di questa digressione non è soffermarmi sulle atrocità, al contrario, suggerire, ispirare, trasmettere quella illuminazione positiva che mi ha colpito nel momento in cui i miei occhi vedevano questa storia. Mi sono illuminata, assolutamente, e finalmente! Ecco la risposta alle domande iniziali, domande che io come tutti mi sono posta, e non solo una volta.
Certo il contesto è differente, per fortuna siamo, siete, già sopravvissuti a quella tragedia. Eppure possiamo trasportare quella situazione nel nostro contemporaneo. Del resto la tragedia dell’olocausto non è successa nel Medioevo, ma 70 anni fa appena.
Imparate una lingua, appassionatevi alle vostre materie, fatene un mestiere, abbiate fame di sapere e di apprendere, siate curiosi. Distinguetevi, e sarete liberi. Studiare e formarsi non è il modo di fare soldi. È il modo di essere diversi, di distinguersi, di non essere deboli. Essere forti poi vi porterà ad affrontare il resto senza essere trascinati nel vortice, senza ridurvi a un lavoro che vi chiuderà in un raggio di un centinaio di metri.
Ho pensato tanto a quando studiavo, e ho pensato che questa illuminazione altro non è che quello che il corso di memoria mi ha permesso di capire. Ho chiamato Giovanni, avevo bisogno di condividere questa illuminazione con qualcuno che capisse di cosa stavo parlando. Giovanni mi ha chiesto di scriverla nero su bianco per voi, ed eccola qua.
Ora so di averla condivisa con molte altre persone che non conosco ma che sono sicura capiranno.

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L’intelligenza del cuore https://www.egoformazione.it/lintelligenza-del-cuore.html https://www.egoformazione.it/lintelligenza-del-cuore.html#respond Tue, 14 Feb 2017 18:59:56 +0000 https://www.egoformazione.it/?p=25075 “Tutti dicono che il cervello sia l’organo più complesso del corpo umano, da medico potrei anche acconsentire. Ma come donna vi assicuro che non vi è niente di più complesso del cuore, ancora oggi non si conoscono tutti i suoi meccanismi. Se nei ragionamenti del cervello c’è logica, nei ragionamenti del cuore ci sono le emozioni.”
Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina (1986)

Per secoli il cuore è stato dichiarato sede di emozioni, coraggio e saggezza, sinonimo di vita e di virtù rigeneratrice. Tra i popoli antichi la sua centrale importanza non è mai stata rinnegata e ancora oggi in alcune tribù dell’Amazzonia è uso mangiare il cuore dei guerrieri caduti: l’intero villaggio beve infusi preparati con i resti dei valorosi combattenti così che le loro qualità non vadano perse ma nutrano lo spirito di coloro che sono sopravvissuti.

Nonostante questa tradizionale tendenza, negli ultimi tre secoli il mondo occidentale ha relegato il cuore a semplice pompa sanguigna, congegno meccanico atto al funzionamento del resto del corpo.

 

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Questa convinzione ha cominciato ad incrinarsi negli anni Sessanta, quando John e Beatrice Lacey hanno condotto uno studio ventennale sul ruolo del cuore nei processi cognitivi, comportamentali e d’apprendimento. In seguito sull’ondata di queste ricerche diversi scienziati cominciarono a fare studi ed esperimenti nello stesso ambito.
Anno di svolta fu il 1991: da una parte il Dr. Andrew Armour introdusse per primo il concetto di cuore come mente funzionale; dall’altra Doc Lew Childre Jr, autorità internazionale nel campo della riduzione dello stress e della costruzione della resilienza personale, fondò l’HeartMath Institute (HMI), l’istituto di matematica del cuore. Nato come un’organizzazione no profit l’ HearthMath Institute oggi è un vero e proprio centro di ricerca con sede a Boulder Creek, in California e collabora con diverse università americane tra cui Stanford e Princeton.

Durante le loro ricerche gli scienziati dell’HMI si sono posti domande quali l’implicazione delle ramificazioni psicologiche di quelle esperienze emozionali che derivano dal cuore, o da dove provenga l’intelligenza necessaria ad avviare e regolare il battito cardiaco.
Basandosi sui loro esperimenti e sulla base di nuove scoperte scientifiche i ricercatori sono stati in grado di confermare che all’interno del cuore si insedia un autentico piccolo cervello, composto da circa 40.000 cellule di tessuto neuronale.

Questa scoperta è stata ben sintetizzata da Pao L. Chang, nel suo volume Staradigm:

“Circa il 65 % delle cellule del cuore sono cellule neuronali e non muscolari. Una serie di esperimenti hanno permesso di provare non solo che il cuore lavora in maniera simile al cervello, ma anche che sotto certi aspetti si rivela persino superiore ad esso. Questa potrebbe essere la ragione per cui il cuore è il primo organo ad entrare in funzione dopo il concepimento. Il cuore si attiva, infatti, circa venti giorni dopo il concepimento, mentre la mente non inizia le sue funzioni prima del novantesimo giorno dal concepimento.”

Questo cervello di dimensioni ridotte (40.000 cellule neuronali nel cuore contro circa 100 miliardi all’interno del cranio) è sufficiente non soltanto perché il cuore svolga le sue funzioni meccaniche, ma gli dà anche la capacità di impartire comandi imperativi al cervello del cranio: il cuore è infatti la sede delle cosiddette intuizioni, che spesso sono alla base dei più importanti ragionamenti.

Un’altra illuminante scoperta fatta tra le mura dell’HMI e in collaborazione con l’Università di Princeton si basa sull’ormai accettata teoria che la coscienza sia fatta di energia e che questa energia sia in continua connessione con il campo elettromagnetico della terra.

Per arrivare a questa conclusione è innanzitutto importante considerare che il cuore genera il campo elettromagnetico più forte di ogni altro organo nel corpo umano, con un diametro che si estende tra i 2 e i 3 metri. È nettamente più grande di quello del cervello nel cranio, infatti il campo elettrico misurato dall’elettrocardiogramma(ECG) è circa 60 volte più grande, in ampiezza, di quello generato dalle onde cerebrali registrate da un elettroencefalogramma (EEG). Questo campo ha una forma peculiare definita toroidale, che è considerata la più unica e primaria dell’universo.

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Molti sono gli scienziati che si sono lasciati affascinare da queste idee e tra essi la Dott.ssa Erica Francesca Poli e il suo team, che studiano i campi magnetici cardiaci e loro influenza nell’infinitamente grande (l’universo) e nell’infinitamente piccolo (le cellule del nostro corpo).

Nello studiare le relazioni tra gli individui e le interazioni dei loro campi elettromagnetici, la Dott.ssa Poli ha scoperto che due persone che provano amore l’una per l’altra subiscono un vero e proprio cambiamento a livello quantistico: l’amore modifica l’espressione cellulare e il livello di vibrazione delle cellule, che in seguito alle emozioni provate sono portate a muoversi alla stessa frequenza.

La sovrapposizione delle onde di due persone che si amano, l’accavallamento dei loro stati quantici, permette ai due campi elettromagnetici di vibrare all’unisono sia nella relazione duale sia nei confronti del mondo esterno. Si crea così un entanglement, un legame tra i due amanti tale per cui un cambiamento nell’uno crea immediatamente un cambiamento nella coscienza quantica dell’altro, a prescindere dalla distanza fisica che divide i due corpi.

L’entanglement quantico era già stato teorizzata da Paul Dirac nel secolo scorso. Dirac ne costruì l’espressione matematica, la famosa equazione dell’amore:

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“Se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possono più essere descritti come due sistemi distinti, ma in qualche modo, diventano un unico sistema.”

Una volta compreso il campo elettromagnetico del cuore è il momento di considerare l’interazione che questo ha con gli strati dell’atmosfera terrestre: le frequenze generate da questi strati si muovono secondo una “sinfonia” compresa fra 0,01 e 300 Hertz e alcune di queste frequenze si sovrappongono a quelle che genera il cuore mentre comunica con il cervello.
È questo fenomeno che, sulla base delle ricerche degli scienziati dell’HMI, provoca la possibilità che un’intensa emozione collettiva eserciti un impatto misurabile sul campo geomagnetico della Terra.

 

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Gli scienziati hanno registrato questo fenomeno in occasione di avvenimenti mondiali particolarmente significativi, primo tra tutto l’attentato alle Torri Gemelle. In questa occasione due satelliti ambientali operativi geostazionari (GOES) hanno registrato un mutamento del magnetismo globale pochi minuti dopo l’attentato. I ricercatori teorizzarono che il cambiamento fosse dovuto alla forte emozione scaturita a livello mondiale: la variazione di così tanti campi elettromagnetici in contemporanea aveva portato ad una modifica a livello globale.
Questa scoperta implica che se riuscissimo ad imparare a decifrare le modalità di comunicazione tra cuore e terra, se imparassimo quindi il “linguaggio del cuore”, allora riusciremmo probabilmente ad influenzare gli effetti che il campo magnetico esercita su ogni forma di vita.

 

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L’intensa complementarietà di cuore e cervello, che a noi occidentali suona così olistica, è invece assolutamente comune nelle discipline orientali. In esse i cervelli che guidano il corpo umano sono addirittura tre: mente, cuore e intestino.
Lo conferma Micheal D. Gershon, esperto di anatomia e biologia cellulare presso la Colmbia University, che scrive:

“Basti pensare che l’intestino, pur avendo solo un decimo dei neuroni del cervello, lavora in modo autonomo, aiuta a fissare i ricordi legati alle emozioni e ha un ruolo fondamentale nel segnalare gioia e dolore. Insomma, l’intestino è la sede di un cervello vero e proprio. E non a caso le cellule dell’intestino producono il 95% della serotonina, il neurotrasmettitore del benessere “

Sulla base di queste considerazioni Grant Soosalu e Marvin Oka hanno preso in prestito e rivoluzionato alcune tecniche di Programmazione Neuro Linguistica per creare un metodo che riesca ad allineare i nostri tre cervelli: il metodo di mBraining, che permette di equilibrare le energie del nostro corpo e incanalarle verso i risultati desiderati.

 

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Infine, diceva Milan Kundera (scrittore, poeta e drammaturgo ceco, autore del romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere)

“Quando il cuore parla, la mente trova indecente opporsi.”

Come se la mente riconoscesse la supremazia del cuore e si facesse da parte, per lasciare spazio alla realizzazione di sogni e di progetti che se si fermassero al puro ragionamento cerebrale non vedrebbero mai la luce.

E’ il cuore che qualche volta deve prendere il sopravvento e renderci capaci di inimmaginabili traguardi.

Un esempio? La storia di Jessica e Richard.
Jessica, 20 anni, soffre di epilessia e in seguito ad un attacco dimentica tutto della sua vita fino a quel momento: la sua casa nel Kent, la sua famiglia e il suo ragazzo Richard, non ricorda nulla né del loro primo incontro né della loro vita insieme.
La mente di Jessica aveva cancellato le memorie dei vent’anni precedenti, la traccia delle sensazioni provate e i volti di coloro che le avevano condivise con lei.
Tuttavia il cuore di Richard non si arrese e mandò al cervello l’intuizione più importante della sua vita: non avrebbe perso ciò che c’era stato tra loro. Il cervello trasformò poi l’intuizione in azioni e fu così che giorno dopo giorno Jessica si innamorò una seconda volta di Richard; permise al suo cuore di aprirsi, di indicare alla mente la strada della fiducia perché, anche se uno dei suoi cervelli non riusciva a ricordare, nell’altro la traccia di quell’amore era rimasta.

E allora qualche volta dovremmo anche noi prendere il coraggio a due mani e buttarci, dimenticarci di un cervello per affidarci ad un altro e seguire le parole di Anthony Hopkins in Vi presento Joe Black:

“Dimentica il cervello e ascolta il cuore.
Io non sento il tuo cuore, perché la verità è che non ha senso vivere se manca questo
.”

 

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Il successo è come un iceberg https://www.egoformazione.it/il-successo-e-come-un-iceberg.html https://www.egoformazione.it/il-successo-e-come-un-iceberg.html#comments Wed, 15 Jun 2016 19:29:05 +0000 https://www.egoformazione.it/?p=3030 Esattamente un mese fa, il 15 Maggio 2016 ho realizzato un mio sogno, sono salita su un palco per fare una gara di Bodybuilding.

Il successo come spesso si dice è simile a un iceberg, quello che si vede, è solo la punta, sotto, sul fondo del mare, ci sono tutte quelle azioni invisibili agli occhi delle persone ma allo stesso tempo fondamentali per arrivare al risultato.

Non voglio raccontarvi del successo, o meglio, non farò un articolo autocelebrativo, non è mia intenzione.

Voglio raccontarvi di quello che nessuno dice, che nessuno racconta, i segreti che permettono di raggiungere gli obiettivi.

Avevo soltanto 16 anni quando incontrai per la prima volta una vera bodybuilder, non era assolutamente una donna enorme e con una muscolatura sproporzionata come l’intera umanità crede che le donne che fanno questo sport siano.

Era semplicemente perfetta, non era altissima, non era giovane, si chiamava Claudia ed era semplicemente seduta a mangiare una fetta d’anguria con il suo compagno nel chiosco di frutta nel quale facevo la cameriera.

È stato guardando la sua perfezione che ho pensato a questo sport per la prima volta come uno sport che mi sarebbe potuto piacere.
Mi spiego, la sua bellezza era oggettiva, e l’avevano notata tutti.
Ma non era la sua bellezza, la sua tonicità o la sua muscolatura a far sì che le persone la guardassero.
Erano i suoi occhi, così pieni, così decisi e così sicuri. Lei lavorava per sé stessa, e nulla le importava del giudizio altrui.
Qualcuno andò a farle qualche domanda, ma io restai da parte, non mi sentivo neppure all’altezza di poterle rivolgere la parola.
Ma ascoltai tutto, per filo e per segno.

Non avrei mai pensato che un giorno, di qualche anno dopo avrei potuto raggiungere i suoi stessi risultati.

Iscrivendomi in palestra, a quell’età, con la tipica mentalità da sedicenne che voleva tutto e subito, non è difficile pensare quanto tempo rimasi concentrata sull’obiettivo.

Ovviamente, senza una guida, senza competenze e senza costanza non ottenni nulla, se non una profondissima frustrazione.

Non amavo il mio corpo, non lo avevo mai fatto.
Non sono mai stata capace di guardarmi allo specchio e di sorridermi o di complimentarmi con me stessa.
A dire il vero detto così è un po’ riduttivo.
La verità è che io lo odiavo proprio il mio corpo, non mi piaceva, non mi sentivo a mio agio, mi vedevo brutta e i complimenti che ricevevo alimentavano la mia rabbia nei confronti di me stessa.

In quegli anni poi, il linguaggio che utilizzavo con me stessa era realmente distruttivo.

Io quel risultato però lo volevo e iniziai a fare tentativi, diete iperproteiche, allenamenti alla morte, deplezione di cibo, digiuni, creazioni di fami nervose, di fatiche inutili e di rinunce.

Rinunciai.

Avevo fallito, anzi ero una fallita. Questo era quello che continuavo a ripetermi.

La mia vita andò avanti però, come quella di tutti.
Mi portavo dentro un dolore gigantesco che era stato generato da eventi precedenti e che mi aveva portata a odiare il mio corpo, in più avevo visto che quello che volevo esisteva e che io non ero stata in grado di raggiungerlo.

Imparai con il tempo che sorridendo potevo riuscire ad affrontare le sfide che mi capitavano con molta più forza, e che quella rabbia in qualche modo mi era stata utile per poter crescere.

Non ero una cima, non ero brava a scuola, non credevo di essere particolarmente intelligente dati i pessimi risultati scolastici e in più ero brutta.

In realtà non lo ero, ma ero convinta di esserlo, e quando non ci si ama, è difficile farsi amare dagli altri, perché si vive male con sé stessi, con ciò che capita, e con il mondo intero.
Mi arrabbiavo per nulla, anche se nella mia mente i motivi erano serissimi e non ero una ragazza facile da gestire.
Credo anche di essere stata tra le peggiori figlie che dei genitori potessero desiderare.

Ma un bel giorno, accadde qualcosa di speciale.

Il 28 Novembre del 2011, ero seduta in fondo a una classe, all’ultimo banco.
Era l’anno della mia maturità e i miei pensieri riguardavano moltissimi temi interessanti, ma nessuno di questi riguardava la scuola.
L’unico desiderio che avevo nei confronti della scuola era che finisse in fretta, smettendola di torturarmi.
La mia carriera scolastica era costellata di insuccessi, ero stata bocciata più volte di quante fossi stata promossa, (per chi se lo sta chiedendo ero in quinta grazie al recupero anni).
Odiavo la scuola, mi sentivo frustrata, non riuscivo a seguire le lezioni senza distrarmi.
Ormai avevo consolidato una forte convinzione: ero stupida.
E in realtà non mi dispiaceva neanche un po’ per i risultati scolastici, mi dispiaceva solo aver deluso i miei, per non essere stata la figlia che avrebbero voluto.

A dire il vero, lo dico con il senno di poi, non credo che nessun genitore creda davvero che i propri figli non valgano o che non siano abbastanza solo perchè non “vanno bene” scuola, o perchè non seguono le loro orme.

Quello che accade però è che i ragazzi spesso credono a questo, studiano per i voti e per i genitori; e quando realizzano che quello che avrebbero potuto imparare non solo era utile, ma anche interessante, è tardi.
Non per impararle ovviamente, per quello non è mai tardi.
E’ tardi per vivere la scuola e più in generale quegli anni con gioia, con serenità e con interesse.

Io ero una di quei ragazzi, come ce ne sono tanti, bravissima a sbagliare!

Quel 28 Novembre mentre aspettavo il professore di astronomia, stava per succedere qualcosa che mi avrebbe cambiato la vita:
nella mia classe non entrò il professore, ma un simpatico sconosciuto che in pochi minuti catturò la mia attenzione con esercizi di memorizzazione.
Ero sbalordita!!
Giovanni aveva memorizzato una sequenza di 20 cifre in meno di 30 secondi.

Quella mattina mi offrì la possibilità di partecipare a un corso di apprendimento efficace, in un solo weekend avrei potuto imparare tutto quello che non mi sarei neanche mai aspettata di poter imparare.
Avrei potuto studiare senza fatica, arrivare alle interrogazioni e alle verifiche senza ansia, capendo come gestire il mio stato d’animo e avendo il pieno supporto del mio cervello.

Quel giorno scoprii che qualcuno che neanche mi conosceva credeva nelle potenzialità del mio cervello.
Per la prima volta conobbi qualcuno che credeva in me, semplicemente.

Ovviamente decisi di iscrivermi a quel corso, che oltre a cambiarmi la percezione dello studio e della scuola, facendomi ottenere una marea di risultati, fu in grado di cambiarmi la percezione nei confronti di me stessa e mi aprì una porta…

Da quel momento in poi qualcosa si sbloccò dentro di me, capii che in realtà non ero stupida, e che avevo soltanto bisogno di essere guidata per ottenere risultati.

Dopo aver fatto questa meravigliosa scoperta diventai inarrestabile, iniziai a studiare, a mangiare letteralmente libri, ad affamarmi di cultura, desiderosa di imparare di mettermi in gioco e di ricominciare a credere nei risultati a cui avevo rinunciato ormai da tempo.

Decisi di collaborare con EgoFormazione e iniziai un percorso per crescere professionalmente in quell’ambito, per permettere a molti altri di cambiare le proprie prospettive e di ottenere risultati grazie al proprio potenziale mentale.

Mi iscrissi al Master in Coaching di Ekis, e decisi di intraprendere il percorso per diventare una Mental Coach.

Mi iscrissi a molteplici corsi sul Fitness, sul Bodybuilding, sull’allenamento e sull’alimentazione e ricominciai ad allenarmi con costanza.

(Ovviamente passai anche quella benedetta maturità).

Iniziai a conoscere persone che lavoravano in palestra e ricominciai ad interessarmi.

Ma poco dopo ebbi una meravigliosa interruzione di questo percorso.
Aspettavo un bambino.
Diedi priorità alla sua nascita, com’era giusto fare e compiute le sue prime 3 settimane di vita ricominciai da capo.

Con ancora più grinta, con ancora più passione e con una nuova caratteristica: avevo l’amore negli occhi.

Negli ultimi anni avevo temprato la mia mente al punto da essere sicura che sarei finalmente riuscita a temprare anche il mio corpo.

Ero costante, ero brava e mi impegnavo molto. Ma ancora qualcosa mi mancava.

Tentai diverse vie con diversi allenatori, ma i risultati tardavano ad arrivare o le strade che tentavo di percorrere erano costellate di difficoltà o di follie controproducenti dettate da inefficienze e da programmazioni sbagliate.

Cambiai 3 allenatori prima di trovare quello che finalmente mi avrebbe portata su un palco.

Passarono mesi prima che ricominciassi a credere davvero che ci sarei salita, e poi alla fine credevo realmente di aver trovato la persona giusta.

Non mi importava più di niente, volevo quel palco più di ogni altra cosa.

L’ho desiderato più di quanto un bambino desidera l’arrivo di Babbo Natale.

L’ho desiderato talmente tanto intensamente che sarei stata pronta a tutto.

E quindi non feci altro che trasformarmi in un soldato, rispettai la dieta, rispettai ogni cosa, anche quelle folli, anche quelle insensate.

Con il passare dei mesi, il cambiare del mio corpo stava cambiando anche la mia vita fortificando ogni aspetto del mio carattere.

La metamorfosi reale, non avvenne fuori ma dentro di me.

Nell’accettazione delle regole, della rigidità e della disciplina.

Nell’aver superato i 200 km su un maledetto tappeto, nell’aver fatto più di 600 allenamenti in un anno.

Nell’aver pensato di chiedere la residenza in palestra.

Nell’accettazione della sveglia alle 4 per andare ad allenarsi anche sotto la pioggia, nell’accettazione di iniziare a lavorare già stanchi, e di andare a dormire con le endorfine del secondo allenamento della giornata appena finito che non conciliavano per niente il sonno neanche quando sapevo che a distanza di pochissimo sarebbe suonata un’altra sveglia e che sarei dovuta andare ad allenarmi di nuovo.

Nell’accettazione delle rinunce alle uscite con gli amici, a una pizza in compagnia, nel prepararsi le vaschette con i pasti per portarle in giro ovunque.

Nel mangiare pollo e merluzzo a colazione pranzo e cena.

Nel mangiare cibi freddi, insipidi e nel riuscire a ridere del fatto di aver pranzato da sola al mio compleanno mettendo una candelina sul petto di pollo.

La crescita dei miei muscoli e della mia forza fisica in realtà era solo una conseguenza di quello che avevo costruito all’interno della mia mente.

Ho detto che desideravo quel palco, ma in realtà non era più soltanto quel palco.

Desideravo una vita di palchi, una vita così.

Una vita da diversi, da incompresi forse, e sicuramente un po’ da matti.

Desideravo più di ogni altra cosa che arrivasse il giorno in cui mi sarei sorrisa guardandomi allo specchio, e questa volta sapevo che sarebbe arrivato perché notavo in me piccoli cambiamenti costanti.

In un anno di preparazione persi molte cose, amici che non capivano, parenti che non mi supportavano, e iniziai ad allontanare dalla mia vita cose e persone che avevano dimostrato di aver perso il valore che avevo attribuito loro.

Mi capita spesso di sentirmi dire che il Bodybuilding in realtà non è un vero sport, o che comunque uno sport individuale non sarà mai come uno sport di squadra.
Perché gli sport di squadra sanno insegnarti molto di più.

Ma credo fortemente questo: il Bodybuilding non è uno sport. Il Bodybuilding è LO SPORT.

L’allenamento mentale avviene prima, contemporaneamente e dopo quello fisico.

Senza forza mentale si crolla, senza vie di fuga.

E soprattutto credo che il Bodybuilding non sia uno sport individuale perché le persone che ti stanno accanto diventano molto più che dei semplici compagni di squadra.

Le rinunce fatte mi hanno permesso di creare legami indissolubili con persone a cui voglio soltanto dire GRAZIE.

Grazie di esserci stati.

Grazie di avermi fatta crescere.

Grazie per avermi sopportata.

Grazie per avermi supportata.

Un grazie speciale va all’uomo più piccolo e più grande del mondo: mio figlio Christian, che con un semplice sorriso riesce a far scomparire il dolore, il sudore e tutte le fatiche provate.

Un altro voglio dedicarlo alla mia famiglia, che si è occupata del piccolo durante le mie assenze con un amore e una pazienza impeccabili, permettendo a me di lavorare, di allenarmi e a lui di crescere in  maniera splendida e soprattutto felice.

Grazie ai miei compagni di allenamento e ai miei supporter in palestra e GRAZIE DI CUORE A:

  • La coppia più bella del Mondo, Antonietta e Gianni, due innamorati di 67 anni che hanno condiviso con me molteplici camminate sul tapis roulant.
  • A tutto il Team 20Hours che mi ha visto cambiare non smettendo mai di motivarmi: Manuele, Alessandro, Gabriele, Edoardo, Max
  • Ai miei amici quelli che si sono realmente dimostrati tali: Elena, Eugenio, Edoardo, Irene, Ruggero, Alessandro
  • A chiunque a suo modo abbia contribuito a farmi arrivare fin qui: Matteo Racchi, Nicola Saetta, Pino Palumbo
  • Alle mie sorelle, quelle che la vita non mi ha dato ma che mi sono scelta: Fernanda Pinto, Francesca Bonelli, Camilla Saad
  • Al PRO
  • Alla mia famiglia, quella non di sangue ma che è più vera di quella vera, alle persone che mi sono state accanto in ogni momento, quando avevo i crampi di fame, quando avevo bisogno di un abbraccio e quando non ne potevo più di niente ma che mi ha permesso di non smettere mai di voler fare una risata con loro: i miei colleghi. L’EGOTEAM.

Vi ricordate la storia di prima? Quel 28 Novembre 2011? È proprio da lì che è partito tutto, e quindi il GRAZIE più speciale va a Gio, quel simpatico sconosciuto che oggi ho l’onore di chiamare collega.

Lui più di tutti ha sopportato ogni malumore, ogni sofferenza, ha anche condiviso qualche pasto insipido e da quando mi conosce non ha mai smesso di credere in me.

Il successo è come un iceberg

 

 

 

Alla Gara alla fine sono soltanto arrivata terza, ma io quest’anno ho vinto molto di più.

Ho vinto perché faccio la vita che voglio, finalmente.

Ho vinto perché mi sono davvero vista bella, per la prima volta

Ho vinto contro un fibroma, che per via della mia forza bruta deve essersi spaventato e scappato via.

Io quest’anno ho vinto perché ho accanto persone così.
Non ci rinuncio però al mio primo posto, quindi sono già al lavoro per la prossima gara, questa volta con meno follia, con meno sofferenze, con più consapevolezza e soprattutto con più amore, che ho riscoperto anche per me stessa!

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