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Per ogni figlio: opinioni, pareri, giudizi dei genitori ricoprono un ruolo fondamentale, tanto è vero che i ragazzi cercano costantemente il loro riconoscimento e vogliono, almeno quando sono più piccoli, evitare quanto più possibile di arrecare delusioni.

In questo modo, pare evidente che la motivazione scolastica possa dipendere molto dalle aspettative di mamma e papà. Che lo si faccia in maniera intenzionale o in modo inconsapevole, ogni genitore esprime sempre le proprie aspettative riguardo i figli (basta anche una semplice espressione di fronte alla pagella).

Queste aspettative modificano a un livello profondo la motivazione e l’autonomia del ragazzo e l’ambito familiare risulta l’ambiente in cui principalmente emergono gli stimoli a imparare.

A questo proposito è importante notare che è impossibile vivere in totale assenza di aspettative, ma bisogna stare molto attenti a non generare aspettative troppo alte, che possono creare forte delusione, oppure produrne troppo basse, limitando il potenziale del ragazzo.

Per vivere al meglio la crescita di un figlio trovo sia molto produttivo ridefinire le priorità, ovvero togliere dalla cima della lista il suo successo scolastico. In fondo, ogni genitore desidera solo la felicità del proprio ragazzo ed è risaputo che non esiste nessun legame diretto tra successo scolastico e riuscita nella vita. Anzi, spesso nel mondo del lavoro vengono ricercate caratteristiche quali perseveranza, leadership, creatività e determinazione, che non vengono direttamente insegnate a scuola.

Ma allora cosa fare?

EVITATE LE SCUSE. Sempre più spesso i genitori dissimulano le difficoltà dei figli, magari mettendosi sulla difensiva e creando degli alibi a cui i ragazzi inevitabilmente si aggrappano.

Uno dei problemi di questi anni diventa quindi la difficoltà di cooperazione tra famiglie e istituto scolastico. Frasi come: “Il professore non spiega bene”, “È colpa dell’insegnante”, aiuteranno il ragazzo a non assumersi le responsabilità di quello che fa.

Non sto dicendo che la scuola non abbia responsabilità, anzi anche gli insegnanti e gli educatori dovrebbero svolgere un costante lavoro di autoanalisi per capire in che direzione sta procedendo l’evoluzione degli studenti, ma criticare apertamente l’operato degli enti scolastici dinanzi ai propri figli non crea un grande risultato. Cercate di inculcare ai ragazzi il rispetto per i ruoli, fate loro capire che anche un insegnante può sbagliare, ma, soprattutto, aiutateli a comprendere quale sia il loro ruolo in quello che accade.

VALORIZZATE L’APPRENDIMENTO. Fate capire a vostro figlio quanto sia importante imparare cose nuove. Senza dirlo troppe volte! Piuttosto dedicate del tempo a imparare, leggere, informarvi. I figli imparano dal vostro esempio e più vi vedono coerenti, più vi vogliono imitare.

ALLENATELI A FARE DA SOLI. Evitate di sostituirvi a loro, allenateli a fare i compiti in autonomia e, quando li aiutate, fate in modo di essere un supporto e non il braccio delle azioni. Per intenderci NON FATE I COMPITI AL POSTO LORO per paura delle conseguenze.

Spesso la paura del giudizio è più delle famiglie che dei ragazzi! Spesso sono mamma e papà a dirsi “chissà cosa ne penseranno gli altri se nostro figlio…” e questo genera in tutta la famiglia un’ansia da prestazione elevatissima.

I figli non sono solo studenti, hanno un sacco di qualità. Non permettete a una parte della loro vita, seppure molto importante come la scuola, di manovrare le vostre esistenze e il pensiero che avete di loro.

Troppo spesso vedo bambini fare i compiti perché costretti dai genitori, ma ricordate che l’essere troppo autoritari, oltre a incrinare i rapporti in famiglia, crea dei profondi problemi di motivazione.

Spesso infatti il genitore autoritario è troppo legato al suo desiderio di risultati. Tuttavia pretendere una cieca obbedienza da parte dei figli o punire in maniera forte in caso di insuccesso o non conformità alle regole prestabilite (spesso concepite solo nella vostra testa e non rese palesi), crea un unico risultato: insoddisfazione nel ragazzo e perenne frustrazione in famiglia. E la cosa ancora più devastante è che non produce alcun cambiamento positivo sulla motivazione a scuola: il ragazzo farà le cose solo per evitare la punizione e non perché davvero lo sceglie.

Quindi allenatelo anche a capire che sbagliare fa parte del percorso e allenate anche voi stessi a sbagliare e ad accettare che a volte le cose non vanno esattamente come vogliamo.

Siate strumenti di sostegno, aiutateli ad accrescere i loro punti di forza e a imparare dagli errori che sicuramente faranno. E soprattutto, per quanto difficile, accettate il fatto che la scuola è una loro attività, non la vostra. Se fate questo riuscirete a eliminare buona parte dell’ansia da prestazione che loro vivono, perché inizieranno a fare le cose per loro stessi e non per vedervi felici.

“Per favore, lasciami riflettere, sbagliare e provare la soddisfazione di riuscire. Allora avrò voglia di ricominciare ancora e ancora, anche se è dura. Non avere paura, dammi fiducia, ammetti che funziono in un modo diverso da te e che posso arrivarci alla mia maniera. Restami vicino lo stesso, incoraggiami, sostienimi quando le cose sono troppo difficili. Ho solo bisogno di una guida che mi accompagni lungo il mio cammino”.  Jean Siaud-Facchin

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Giovani e sport: un idillio finito? https://www.egoformazione.it/giovani-e-sport-un-idillio-finito.html https://www.egoformazione.it/giovani-e-sport-un-idillio-finito.html#respond Thu, 21 May 2015 09:19:58 +0000 https://www.egoformazione.it/?p=1989 Oggi vorrei parlarvi di un tema a me molto caro. Vi parlerò dello sport e di come questo possa essere fonte di educazione e apprendimento.

Gioco a calcio da quando avevo 8 anni. L’anno prossimo (ebbene sì!) entrerò nel trentesimo anno di attività. Vorrei raccontarvi di quanto lo sport, in particolare quello di squadra, abbia migliorato la mia esistenza, plasmato il mio carattere, e mi abbia fatto riconoscere i punti di forza e di debolezza della mia persona. Sono convinto che la maggior parte delle persone che fanno sport o che hanno figli che lo praticano possano ritrovarsi in molti punti.

Fino all’età di 7 anni non volevo saperne di giocare a calcio, a dire il vero non volevo saperne di fare sport perché per me l’equazione era SPORT=FATICA. Eppure andavo a vedere mio padre giocare, facevo già nuoto con la scuola. Quindi non si può dire che l’ambiente circostante non mi direzionasse verso l’attività fisica.

Poi, dopo una discreta, ma mai invadente, pressione ho deciso di iniziare a giocare a calcio! Tutti i miei amici giocavano a calcio, la scelta era obbligata o quasi… E quindi, dopo i primi allenamenti, è arrivata la prima partita! “Dove vuoi giocare?” e io: “in porta!”. Quella del portiere non era la mia vocazione, semplicemente non volevo correre e fare fatica!

Però, per fortuna, ho preso diversi goal, e da lì ho cambiato attitudine. “I goal li voglio fare!”.

Sempre per non fare troppa fatica, però, per i primi due anni ho giocato con quelli più piccoli di me perché così potevo emergere senza troppi problemi. Eh già la mia autostima non spiccava in quei momenti! Ricordo un allenamento passato in mezzo alla nebbia immobile in campo perché mi dicevo: “tanto non sei capace”. Credo che mio papà in quei momenti pensasse, e per fortuna non diceva mai: “ma proprio a me un figlio così?”. Che bravo è stato a non dirmi mai, se non quando sono cresciuto, quali fossero le sue paure.

Poi a un certo punto ho capito che per imparare e crescere dovevo fare qualcosa di diverso, e, grazie anche a un team di allenatori straordinari, ho deciso di allenarmi e giocare con i miei coetanei. Che fatica all’inizio! Gli anni “persi” mi avevano creato un gap che mi sembrava insuperabile!

Eppure, proprio in quel momento credo di aver maturato la mia più grande convinzione sullo sport di squadra: lo sport è la squadra! Vivere assieme agli altri, condividere valori, regole, momenti ci ha resi persone migliori. Certo litigavamo, spesso qualcuno si menava, ma ognuno di noi aveva ben chiare delle cose fondamentali:

  • le regole sono fatte per essere rispettate
  • se non rispetti le regole ci sono delle conseguenze chiare
  • la squadra è più importante del singolo
  • l’autorità dell’allenatore non è in discussione (nemmeno da parte dei genitori)
  • si vince e si perde sempre tutti assieme
  • se hai più doti le devi mettere al servizio di chi ha meno talento

Quel gruppo era composto da 30 ragazzini e quindi la società aveva dovuto creare due squadre che facessero tornei distinti. Una era composta da ragazzi con maggiori potenzialità dell’altra ma succedeva una cosa bellissima: a turno ci si scambiava tra una squadra e l’altra, per sviluppare anche altre abilità: SI PUO’ ANCHE PERDERE! E soprattutto NESSUNO È SU UN PIEDISTALLO.

Esistevano regole che ricordo ancora oggi.

La prima era che a turno due erano addetti al “gonfiaggio” palloni e due, al termine dell’allenamento, alla pulizia degli stessi e al recupero del materiale. Ovviamente nessuno batteva ciglio perché la regola valeva per tutti.

La seconda regola era: “se hai le scarpe sporche non giochi”, “se ti si slacciano le scarpe, ti sostituisco”. Dietro questi apparenti obblighi coercitivi c’era un serio allenamento alla responsabilità: se le scarpe sono il tuo strumento di lavoro e non ti prendi cura di loro, significa che non tieni a quello che stai facendo! E questo discorso vale anche per astucci, zaini, compiti per casa, ecc… Se un ragazzo sa che qualcun altro farà le cose o se sa che non ci sono conseguenze, beh perché dovrebbe farle???

Un’altra regola che ho amato e che continuo a manifestare ancora adesso ai miei allenatori, era che non tutti giocavano sin dall’inizio ma di volta in volta si sceglieva chi partiva in panchina e poi entrava in gioco al secondo tempo e chi invece giocava il primo tempo per poi essere sostituito. Tutto ciò a prescindere dal risultato. Per me era una cosa splendida, a turno noi sceglievamo di farci sostituire o di partire in panchina! Cosa a volte inconcepibile ai giorni nostri. Eravamo una squadra di ragazzini, ma quello era l’insegnamento che serviva in quel momento. Bello vincere, ma prima viene la squadra! E quella squadra vinceva anche!!!

Poi si cresce, si cambiano le squadre e si cambia anche la passione per lo sport, ma in quegli anni credo che una generazione di ragazzi, tra cui me stesso ovviamente, ha sentito le proprie vite segnate, in positivo, in maniera indelebile!

Allora mi domando a cosa sia dovuto l’abbandono dello sport da parte dell’80% dei ragazzi attorno ai 14 anni.

Ormai la competizione nella società è sempre più esagerata e va dalla pretesa di voti alti a scuola, alla convinzione di avere dei piccoli campioni che calcano i campi di periferia come parcheggio prima di arrivare alla celebrità. Chiaramente ci sono sport in cui questa situazione è più sentita, come nel calcio, e altri in cui si avverte meno, come nel rugby, ad esempio.

In alcuni casi la competizione a tutti i costi rovina la purezza di momenti che dovrebbero essere, almeno nella fase della preadolescenza, solo di crescita.

Lo sport, come la scuola, dovrebbe essere semplicemente momento di condivisione, apprendimento, crescita, esperienza, conoscenza e rispetto delle regole. Non dovrebbe essere inquinato costantemente dalla ricerca ossessiva del risultato!

I ragazzi delle ultime generazioni stanno, ahimè, crescendo come individui solitari: studiano da soli, fanno i compiti da soli, giocano da soli. Conseguenza di tutto questo è che spesso hanno grandi difficoltà relazionali e faticano ad avere una predisposizione al rispetto delle regole.

Ecco allora che tornerei allo sport come momento di educazione:

  • lo sport è un gioco
  • impari il rispetto delle regole (c’è un regolamento, ci sono degli arbitri, ci sono i compagni da rispettare)
  • puoi esprimere quello che sei, anche corporalmente
  • impari a essere autonomo
  • impari che esistono conseguenze ai tuoi comportamenti
  • impari l’educazione
  • impari due culture: la sconfitta e la vittoria

Gli ultimi due aspetti sono a mio avviso i più significativi! È importante imparare ad accettare la sconfitta, ma è altrettanto importante imparare a vincere (non si vince prendendo in giro gli avversari, ma si vince godendo dell’impegno profuso nella vittoria). Poi un po’ di sano sfottò non fa mai male.

Se impari a vincere sul campo, impari a farlo anche nella vita. Ecco direi che in questo gli sport di squadra aiutano molto, perché fanno vivere delle esperienze estremamente utili e incredibilmente vicine alla vita di tutti i giorni. Forse per questo sono ancora così appassionato e continuo a praticarlo. Qualche settimana fa, in seguito a una giornata particolare, ho postato su facebook questo pensiero che condivido qui con voi:

“Lo sport dà e lo sport toglie. Dà soddisfazioni, gioia, consapevolezza di far parte di qualcosa di più grande. Ti fa crescere, maturare, consapevolizzare.

Oggi è il giorno di una grande delusione sportiva. Atroce se vogliamo. Ma è anche il giorno in cui se rimando indietro il timer dei ricordi di quest’annata mi accorgo che questa squadra ha fatto un qualcosa di grandioso, unico e speciale. Quello non ci ha fatto vincere nessun campionato, ma rimarrà impresso nel cuore di tutti noi. Ieri sera abbiamo perso, meritavamo di vincere e abbiamo perso, ho visto quasi lacrime (le mie di sicuro c’erano).

Ho visto miei compagni di avventura giocare ieri sera con caviglie sfatte, stiramenti, problemi fisici vari, dita rotte, ginocchia andate (le mie ad esempio), lottare come leoni con ogni goccia di sudore che ancora si poteva spendere! Un attaccante gioca per fare goal e il giorno del mio record stagionale, 4 goal, mi ritrovo a non averne una particolare gioia.

Sono orgoglioso di essere stato il vostro capitano in questi anni e in particolare quest’anno. Spero di essere stato anche una guida come persona, perché i giocatori passano, ma le persone rimangono”.

“Lo sport è una grande lezione, una continua e meravigliosa palestra di valori. Chi non lo pensa non è un vero atleta.”

Alessandro Del Piero
A presto!

 

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Andresti mai da un medico che ha studiato due giorni in full immersion? https://www.egoformazione.it/andresti-mai-da-un-medico-che-ha-studiato-due-giorni-in-full-immersion.html https://www.egoformazione.it/andresti-mai-da-un-medico-che-ha-studiato-due-giorni-in-full-immersion.html#respond Thu, 07 May 2015 08:42:31 +0000 https://www.egoformazione.it/?p=1949 Il ventunesimo secolo è diventato il periodo storico dei grandi esperti, durante il quale si impara tutto alla velocità della luce.

Hai letto un libro sul metodo di studio? Sei un luminare del campo!

Hai letto un libro sulla genitorialità? Ecco che diventi uno psicologo di fama mondiale.

Hai fatto un corso di 10 ore per diventare tutor sui disturbi specifici dell’apprendimento? Allora il gioco è fatto: sei diventato uno dei più grandi esperti del settore.

Nel giro di poco tempo ognuno di noi può approvvigionarsi di una serie di informazioni utilissime, ma che non possono sostituirsi all’esperienza di chi fa anni di pratica su argomenti specifici.

Ed ecco allora che all’improvviso questi nuovi grandi esperti entrano nel mondo che tanto dicono di detestare: la superficialità!

Da ormai 15 anni mi occupo di apprendimento e ho alle spalle esperienze, studi e tanta pratica. E nonostante ciò, sono ancora consapevole che non sia abbastanza! I ragazzi si evolvono, le difficoltà aumentano e quindi è necessario formarsi ancora.

Eppure viviamo nella società del “tutto e subito”, basta digitare su Google una ricerca e appaiono subito frasi che recitano più o meno così:

come dimagrire in poco tempo

addominali in poco tempo

ingrassare in poco tempo

studiare in poco tempo

perdere chili in poco tempo

pettorali in poco tempo

glutei perfetti in poco tempo

pancia piatta in poco tempo

Poco tempo. Questo sembra essere il denominatore comune che lega le persone di questa epoca:

  • i genitori hanno sempre poco tempo (così diventa più semplice fare le cose al posto dei figli, che “perdere” tempo per insegnare)
  • i ragazzi non possono mai avere tempo (ci mancherebbe, devono rispettare tabelle di marcia, tempi, modalità di altri)
  • gli insegnanti corrono dietro al programma (magari perdendo di vista l’apprendimento) per il poco tempo.

Spesso, non solo non si concede il tempo ai ragazzi di sbagliare, ma in preda al delirio del “tutto e subito”, sempre più famiglie si affidano al “fai da te” appreso in poco tempo o a sedicenti professionisti che millantano grandissimi risultati senza fatica e senza eccessivo impegno.

Mi preoccupa molto l’insorgere di questa professionalità improvvisa. Sarò retrogrado o fuori dal coro, ma il pensiero che tutti possano fare tutto mi fa rabbrividire.

Se esistesse un corso di 10 ore per diventare fruttivendolo e decidessi di farlo, non mi sentirei un fruttivendolo dopo averlo seguito. Anzi! Credo che chi esercita una professione da anni lo possa fare assolutamente meglio di me.

E allora perché pensare che fare un corso di 10 ore possa renderti esperto su un argomento anche impegnativo? Nell’apprendimento, ad esempio, possono esserci molteplici casi diversi e ognuno ha delle complessità particolari. Però, esistono seminari che promettono alle famiglie di risolvere i loro problemi in un “batter di ciglia”. Così, alla fine del seminario, avendo trovato la “cura” ed essendo diventati esperti, si sentiranno in dovere di far applicare pedissequamente ogni strategia appresa ai figli, creando, nella migliore delle ipotesi, confusione.

Con questo non voglio dire che imparare delle strategie diventi negativo, anzi!!! Il concetto fondamentale rimane aver voglia di imparare e continuare a farlo. Quello che allarma è vedere che vengono sbandierati certificati che non presuppongono una reale esperienza e conoscenza della difficoltà.

Chiedete a un genitore di un ragazzo dislessico, ad esempio, se bastano 10 ore per comprendere il problema e trovare delle strategie compensative. Vi risponderà con una risata. Attenzione, io sono a favore della leggerezza, ma non bisogna confonderla con la superficialità. La superficialità è un grande freno alla qualità della vita. Diventa incapacità di approfondire le cose che si fanno, è l’esatto contrario dello spirito critico, ovvero della volontà di capire il perché di quello che succede o si fa.

Basti pensare a come viene apprezzato un bambino quando chiede ai genitori il perché di ciò che lo circonda; paradossalmente, per pigrizia mentale, spesso un adulto tende a snobbare ogni approfondimento.

Moltissime persone fanno le cose senza chiedersi le motivazioni: “troppo faticoso chiedersi il perché”, “sarò pur libero di fare una cosa”, “mi piace e basta!”, “perché la faccio? Perché sì!”.

Sono superficiali proprio come quelli che non vogliono studiare; mentalmente sono come quelli che fisicamente trovano “troppo faticoso” fare sport.

Quindi attenti al fumo negli occhi, informatevi, studiate e soprattutto allenatevi a capire cosa veramente volete per vostro figlio o vostra figlia. Non siate schiavi della fretta, ma tenete sempre a mente quale volete che sia l’obiettivo finale. Cercate di essere un sostegno, un supporto, non una stampella.

I ragazzi vogliono dei genitori, non dei professori o degli esperti a domicilio.

“Bisogna pensare al cambiamento di valore della parola amico che si è avuta tra ieri e oggi grazie a internet, per capire come i rapporti siano diventati facili e superficiali. I nuovi rapporti vivono di un monologo e non di dialogo, che si creano e si cancellano con un clic del mouse, accolti come un momento di libertà rispetto a tutte le occasioni che offre la vita e il mondo. In realtà, tanta mancanza di impegno e la selezione delle persone come merci in un negozio è solo la ricetta per l’infelicità reciproca”. (Zygmunt Bauman)

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Genitori e insegnanti: ascoltatevi https://www.egoformazione.it/genitori-e-insegnanti-ascoltatevi.html https://www.egoformazione.it/genitori-e-insegnanti-ascoltatevi.html#respond Fri, 10 Apr 2015 13:32:39 +0000 https://www.egoformazione.it/?p=1864 Oggi vorrei affrontare un tema spinoso osservando la situazione da una posizione privilegiata, ovvero dall’esterno, dunque con meno implicazioni emotive e la giusta distanza per offrire un quadro il più lucido possibile…

C’era una volta la scuola… Un posto quasi incantato dove i bambini imparavano ad apprendere. Certo, qualcuno piangeva i primi giorni per il distacco da mamma e papà, ma poi in linea generale in quell’edificio ogni bambino ha cementato ricordi, credo, perlopiù gradevoli.

La maestra insegnava, si facevano le ricerche, si lavorava in GRUPPO e piano piano quei singoli individui diventavano parte di un insieme. Magari non si andava d’accordo con tutti, la maestra non era sempre la più simpatica, ma alla fine si percepiva di appartenere a un sistema in qualche modo protetto. Si andava in un luogo in cui si stava bene.

C’erano dei compagni di classe molto bravi, altri un po’ meno, si litigava, ma non esistevano bulli perché poi si faceva la pace. La maestra ci rimbrottava, ci metteva in punizione, tutti la riconoscevano come un’autorità da rispettare.I compagni di classe spesso erano addirittura amici! E gli stessi che si azzuffavano qualche volta, magari erano amici e sapevano chiarirsi

C’erano i genitori, che ruolo incredibile quello dei genitori! In quegli anni così lontani partecipavano alle attività della scuola, accompagnavano i bambini in piscina, andavano alle gite, organizzavano riunioni. E quando scoprivano dei litigi dei figli, li punivano. Già, non andavano a prendersela con gli altri genitori, ma rimproveravano prima i loro bambini.

E in quella scuola c’erano la maestra e i genitori. Quasi due lati della stessa medaglia per i bambini, due ruoli ben distinti, eppure così vicini. Con un denominatore comune: “se lo dicono loro allora va bene”. E quei bambini spesso non erano d’accordo con il loro insegnante e tornavano a casa dispiaciuti, dicendo a mamma e papà che la maestra non era stata corretta, che non meritavano quella punizione. Si, perché in quella scuola i voti erano una parte marginale, il comportamento era molto importante, forse perché per apprendere contava vedere cosa si sapeva e come ci si comportava, non solo che voto si prendeva.

Però i voti, anzi i giudizi in quella scuola, erano importanti. Era bello tornare a casa con un bel giudizio e con i complimenti, caspita se era bello! E quanto era bello aiutare anche chi faceva un po’ più fatica. Quanto era stimolante fare i compiti assieme nei pomeriggi, aspettando che arrivasse il momento della pausa per giocare e bere il the o la cioccolata. E in quei momenti non c’era più bravo o meno bravo, tutti avevano uno spazio. Anzi, la maestra e i genitori stimolavano a cooperare e aiutare chi aveva più difficoltà.

Se si arrivava a casa con una nota della maestra si pagava una penitenza. Poi magari i genitori potevano non essere d’accordo con la nota e andavano a chiedere spiegazioni all’insegnante, ma all’ insaputa del figlio perché l’autorità della maestra era sacra. E la stessa cosa capitava con gli allenatori: il papà non si permetteva di criticarlo, anche se magari anni dopo avrebbe ammesso che “quello lì era un’incapace”!

E gli insegnanti… Innamorati dei loro alunni, riuscivano a trasmettere passione e voglia di apprendere.

Le persone possono avere talento in tantissimi campi, gli studenti possono avere meno talenti da spendere a scuola e se sono considerati solo in base al voto e non alle capacità, si compie un errore che non porterà a nulla.

Una volta, se c’era un problema si cercava assieme una soluzione e c’era un unico motivo: il benessere dei bambini. I genitori, gli insegnanti a volte erano duri, ma c’era chiarezza dei ruoli. I bambini sapevano che non c’era chi li proteggeva a ogni costo, ma nemmeno chi li attaccava a ogni costo!

Non era il paese dei balocchi, sono passati solo 20/30 anni da quei momenti!

Ora che succede? Lo scaricabarile delle “colpe”! È  iniziata una guerra in cui è sempre colpa di qualcun altro.

“L’insegnante non fa il suo dovere” dice il genitore, “I genitori non ci sono d’aiuto” dicono gli insegnanti, “NESSUNO MI CAPISCE” dicono i ragazzi. Spero vi renderete conto che questa guerra sta intossicando le vite di una generazione di ragazzi che sta crescendo con più paure, insicurezze e meno consapevolezza di sé.

Ogni giorno vedo ragazzi DEMOLITI dalla scuola, ma non dalla scuola come istituzione, ma da tutto quello che rappresenta. Sono demoliti dai compiti a casa (tantissimi), dai genitori che li valutano in base ai voti, da una competizione assurda che si genera fin dai primi anni, per cui sembra che il voto sia la cartina tornasole del valore.

I bambini hanno il diritto di crescere, di sbagliare e gli adulti (qualunque sia il loro ruolo) hanno il compito di accompagnarli.

Il mio consiglio è: ASCOLTATEVI. Vedo gente intenta a parlare e a dire le proprie ragioni, ma quanti si fermano e ascoltano le ragioni degli altri?

Mi piacerebbe che questo articolo fosse un punto di partenza, vorrei che gli insegnanti leggessero e capissero che dietro la rabbia dei genitori c’è spesso l’idea di non essere ascoltati. Credo sia umano che ogni mamma o papà voglia solo che il proprio figlio sia tutelato o quantomeno rispettato. I genitori non ce l’hanno con gli insegnanti, al massimo sono arrabbiati per non sentirsi ascoltati dalle istituzioni. I genitori hanno paura e questa non è mai una valida consigliera, anche perché viene trasmessa ai figli.

Se ognuno parla e nessuno ascolta non si va da nessuna parte. Un accordo, un punto di contatto è l’unico modo per crescere e diventare persone migliori. Prima o poi, infatti, si smette di essere studenti e rimane la persona che nel frattempo si è costruita.

E voi.. Cosa vi ricordate della vostra scuola?

“La conoscenza che viene acquisita con l’obbligo non fa presa nella mente. Quindi non usate l’obbligo, ma lasciate che la prima educazione sia una sorta di divertimento; questo vi metterà maggiormente in grado di trovare l’inclinazione naturale del bambino.”  Platone

 

Vi lascio con questa meravigliosa scena tratta dal film “Coach Carter”

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Apprendimento vs Insegnamento https://www.egoformazione.it/apprendimento-vs-insegnamento.html https://www.egoformazione.it/apprendimento-vs-insegnamento.html#respond Thu, 26 Mar 2015 14:36:14 +0000 https://www.egoformazione.it/?p=1825 Il titolo di questo articolo può apparire strano, eppure queste due attività sono molto più diverse e lontane di quanto si possa normalmente immaginare.

L’apprendimento è un processo DETERMINATO del soggetto che apprende, durante il quale egli modifica se stesso, modifica le proprie mappe mentali; è frutto di una scelta consapevole e della sua cultura ed esperienza precedente.

L’input venuto dall’esterno può generare un disequilibrio, una crisi che mette in moto un meccanismo di riorganizzazione interna. Ma l’input deve essere vissuto in modo cosciente come elemento di disequilibrio. Pertanto l’apprendimento è un percorso consapevole del soggetto.

In relazione all’ambiente circostante l’individuo riorganizza la propria rete concettuale e inizia un percorso di allenamento del cervello. La conoscenza infatti non è presente nella nostra mente come una somma di informazioni, ma è un percorso spesso a ostacoli.

L’apprendimento non è lineare, ma avviene per salti e “catastrofi”. L’apprendimento, infatti, è un continuo “distruggere” qualcosa di precedente, per poi costruire qualcosa di nuovo che incrementi le nostre capacità e la nostra esperienza.

Il ruolo dell’insegnante è di creare le condizioni affinché l’apprendimento possa avvenire. Creare quelle situazioni che generino crisi e obblighino l’altro a mettersi in discussione. Chiaramente sto parlando di un apprendimento significativo e non di una semplice acquisizione, la maggior parte delle volte passiva, di un’informazione, come ad esempio guardare la tv.

L’obiettivo di un insegnante dovrebbe essere quello di creare un ambiente (non necessariamente fisico) di apprendimento, grazie alla propria capacità comunicativa; un ambiente ricco che permetta a chi sta imparando di avere un ruolo attivo, un ambiente personalizzato in cui la persona possa avere la libertà di esprimersi.

In tal senso, un elemento centrale per chi insegna è la capacità di ascolto oltre alla competenza didattica e disciplinare. Uno dei principi fondamentali della comunicazione è, infatti, l’ascolto! Banalmente se abbiamo due orecchie e una sola bocca un motivo ci dovrà pur essere. Ecco allora che l’insegnante che si mette nella condizione di ascoltare e capire i bisogni dei ragazzi, riesce in questo modo a produrre risultati di gran lunga migliori sia a livello di qualità sia a livello di soddisfazione.

Se facciamo un rapido calcolo numerico di cosa fa un bambino che frequenta la scuola primaria in una settimana tipo troviamo dei numeri abbastanza sconcertanti. Delle 168 ore di ciascuna settimana i ragazzi ne dedicano circa 56 al sonno; restano quindi 112 ore alla settimana da dedicare a sé stessi. Essi poi, secondo recenti sondaggi, guardano 55 ore la settimana di televisione; il che lascia loro 57 ore la settimana per crescere.
Gli alunni frequentano la scuola per 30 ore la settimana, impiegano circa otto ore per prepararsi, andare e tornare da scuola, e passano in media sette ore la settimana per fare i compiti per casa – per un totale di 45 ore. Durante questo lasso di tempo essi sono costantemente sorvegliati, non dispongono di tempi o spazi personali e, se cercano di rivendicare la propria individualità nell’uso di tempi e spazi, vengono messi in riga. Questo riduce a 12 ore la settimana il tempo da dedicare alla creazione di una propria coscienza.
Naturalmente i ragazzi si nutrono, e la cosa richiede anch’essa del tempo – non molto, poiché ormai si è persa la tradizione del consumo dei pasti in famiglia. Se assegniamo 3 ore la settimana per i pasti serali, otteniamo un totale netto di 9 ore a bambino di tempo personale. Mi sembra un numero raccapricciante!
Un bambino non può avere poco più di un’ora alla settimana per potersi esprimere liberamente e avere a questo proposito la possibilità di apprendere, conoscere e conoscersi!

Ormai due istituzioni controllano quasi costantemente le vite dei nostri bambini: la televisione e la scuola, in quest’ordine. Entrambe riducono il reale mondo di conoscenza, forza, temperanza e giustizia a un’infinita astrazione in continuo movimento.

E costantemente proprio a causa di questo, i bambini cominciano ad avere difficoltà cognitive e via via sempre meno voglia di sperimentare. Vivono in un mondo accelerato, spesso non reale e a quel punto diventa complicatissimo per loro rallentare per andare in profondità nelle cose!

Allora cosa fare?

  1. Mettiti sempre nella condizione di imparare, ancor prima di insegnare.
  2. “Dimenticati” di essere un esperto di quella materia quando la persona davanti a te dimostra di non aver capito.
  3. Ricordati quale emozione ti muove nel fare quello che fai.
  4. Allena e allenati alla libertà, alla curiosità e alla responsabilità.
  5. Guarda le cose da un punto di vista diverso, con coraggio e determinazione.

E visto che ci siamo…

 

 

Alla prossima puntata…

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